Racconto Auschwitz ai giovani su TikTok


RACCONTO AUSCHWITZ AI GIOVANI SU TIKTOK

IL VENERDI

7 luglio 2023

Anna Lombardi


TOVA FRIEDMAN AVEVA SEI ANNI QUANDO FU RINCHIUSA NEL LAGER NAZISTA. OGGI NE HA 85. E HA ANCHE UN PROFILO SOCIAL: «MAGARI CHI MI SEGUE IMPEDIRÀ CHE TANTO ORRORE SI RIPETA». 

MORRISTOWN (New Jersey).«Quando guardo indietro mi assale sempre un forte senso di sbigottimento. Come è potuto accadere che atti tanto crudeli siano stati perpetrati verso esseri umani? E come hanno potuto far del male a così tanti bambini? Per questo racconto la mia storia con ogni mezzo possibile. Quando uno dei miei nipoti mi ha proposto di farlo su TikTok, mi sono detta: «se serve a raggiungere ragazzi della sua età, perché no?». Tova Friedman, nata a Gdynia, Polonia, classe 1938, aveva solo 6 anni quando con la famiglia fu deportata dal ghetto di Tomaszów Mazowieck al campo di sterminio nazista di Auschwitz. Qui sopravvisse alle camere a gas perché il giorno in cui vi venne condotta - il 7 ottobre 1944 – un gruppo di prigionieri riuscì a manometterne il funzionamento. Quando i nazisti abbandonarono il campo, nel gennaio 1945, costringendo molti ad affrontare quell'ennesimo orrore passato alla Storia come "Marcia della morte", con la mamma si nascose sotto un mucchio di cadaveri. Le liberò l'Armata Rossa sovietica il 27 gennaio: è una delle piccine del celebre video dove un gruppo di bambini si alza le maniche per mostrare i tatuaggi. Anche il padre sopravvisse a un altro campo, Dachau. Emigrarono negli Stati Uniti: prima a Brooklyn, New York. Poi a Morristown, New Jersey: dove c'incontra, elegantissima nella sua casa zeppa di memorie. Già stimata terapeuta, ha insegnato psicologia e diretto il JewishFamily Service – associazione ebraica che si occupa di persone vulnerabili.La suastoria è molto nota: l'ha raccontata in un libro pubblicato in America un anno fa (in Italia, edito da Newton Compton) intitolato La bambina di Auschwitz. Ora, a 85 anni e coll'aiuto del nipote diciassettenne Aaron Goodman, affronta una nuova avventura: raccontare gli orrori dell' Olocausto e la sua storia sul social più amato dai giovani, TikTok. 

 

Un successo clamoroso: le sue clip sono già state viste 75 milioni di volte. Se lo aspettava?

«Figuriamoci. Non avevo idea di cosa fosse TikTok, ma Aaron mi ha detto che bastava parlare 2 minuti e abbiamo provato. Mi fido dei miei otto nipoti: intelligenti e sensibili. Ma è stata certo una felice sorpresa che lui abbia trovato così interessante la mia storia, da volermi aiutare a raccontarla via social. Mi ha spiegato che i suoi coetanei non sanno niente dell'Olocausto. E bisogna raccontarglielo usando il loro linguaggio». Lei dice di non aver mai provato il senso di colpa del sopravvissuto: ma il dovere di raccontare.
«Sopravvivere non è una colpa. Ma della mia vita devo fare qualcosa di utile. Sempre meno giovani hanno la possibilità di vedere i numeri incisi nella pelle e ascoltare la voce dei sopravvissuti. Purtroppo oggi ci sono sempre più negazionisti e con l'Intelligenza Artificiale possono inventare gravi menzogne. Io ho il dolore e il privilegio di essere una testimone. Ho visto e subito. Devo parlare perché era proprio ciò che Hitler voleva impedirci. Per questo uccideva anche i bambini. Ad Auschwitz ce n'erano centinaia. Siamo sopravvissuti in cinque, io la più giovane». 

 

Prima di raccontare la sua storia al mondo, lo ha fatto in famiglia. È stato difficile svelare tanto orrore ai suoi cari?
«Coi figli ho parlato che erano già grandi, coi nipoti è stato graduale. Hanno iniziato loro a fare domande: chiedendomi dei numeri tatuati sul braccio. Rispondevo che me li avevano fatti uomini cattivi. Anno dopo anno aggiungevo qualche dettaglio, scegliendo bene le parole per non turbarli troppo presto. Sempre e solo rispondendo alle loro domande, senza forzarli. Sono cresciuti consapevoli e saggi».


Quando ha iniziato a raccontare?
«Ho taciuto per anni. E non perché non volessi parlare! Quando sono arrivata in America – era il 1950, avevo 12 anni – nessuno era però disposto ad ascoltarmi. Non gli insegnanti, non il rabbino, non gli altri ragazzi: né i miei genitori. Tutti volevano guardare solo avanti. Non ne parlavamo nemmeno a casa. Se indugiavo la risposta era severa: “Fai i compiti”. Quello che ci era accaduto era troppo estremo».


E poi?
«Sono diventata una terapeuta, ho imparato il potere della parola. Ma solo negli anni 80 ho cominciato a raccontare in pubblico che cosa mi era accaduto. M’invitarono in un college: fu terribile, iniziai a piangere. Ma quando alzai gli occhi vidi visi attenti, rispettosi. Sentii solidarietà, empatia. Fu liberatorio. Da allora racconto la mia storia nelle scuole. Apprezzo molto le domande dei bambini. Più coraggiose e importanti di quelle degli adulti. Anche su TikTok mi fanno domande interessanti. Cerco sempre di dare risposte».


Che cosa le chiedono?
«Se credo ancora in Dio dopo tutto quello che ho subito. Se odio i tedeschi. Se ho fede nell’umanità. Come ho fatto a superare la paura. Ottime domande».


Prego.
«Credo in Dio. Sono state troppe le occasioni che hanno cospirato per non farmi essere qui, per non credere. In quel campo, a quell’età, sono sopravvissuta a tanto. Pure al famigerato Crematorio 3, fra i pochi a essere tornata viva dopo essere entrata in quello stanzone gelido. Credo ci sia una ragione per cui sono sopravvissuta: raccontare. E anche farmi una famiglia: molti figli, molti nipoti, tutti molto credenti, è stato il mio modo di superare l’orrore. Hitler, l’odio, i suoi eserciti, i suoi campi, non hanno vinto. Sono qui per testimoniarlo. E dire che la vita è resiliente e si impara a vivere di nuovo».


Era solo una bambina. Comprendeva l’orrore, la morte?
«Non lo so: nemmeno oggi che ho 85 anni. All’epoca orrore e morte erano parte della vita. Adulti e bambini morivano, vedevo i loro cadaveri. Sapevo che erano morti, ma nella mia mente significava soprattutto che quelle persone non le avrei viste mai più. Pensavo solo a restare accanto a mia madre. Era tutto il mio mondo».


Lei è una dei bimbi del celebre video dove alzate la manica e mostrate i tatuaggi...
«I russi erano arrivati già da una settimana, ci avevano dato cibo, abiti. Per quelle immagini ci fecero lavare. Eravamo puliti, mica come giravamo nel campo. Sono in contatto con alcuni di loro. Michael Bornstein, autore di Survivors Club: lo vedo sempre. E Sarah Ludwig è stata addirittura l’insegnante di prima elementare dei miei nipoti qui in New Jersey. Un miracolo».

Non ha mai pensato di rimuovere il tatuaggio?
«Un medico me lo propose. Mi sembrò strano. Me lo hanno imposto, è vero e ricordo ancora la donna che me lo fece. Ma è parte di me. Non me ne sono mai vergognata. Qualcuno lo ha levato, e lo capisco. Porti scritto nella carne quel che ti è successo, te lo ricorda tutti i giorni».


Com’è stata la vita dopo la guerra?
«Mi sono concentrata sull’imparare l’inglese. Al liceo, molto giovane, ho incontrato mio marito, avevo 13 anni. Vivevamo a Crown Heights, Brooklyn ed era pieno di rifugiati. Nessuno dei miei coetanei aveva subito ciò che era toccato a me, ma avevano tutti sofferto. Molti erano stati costretti a nascondersi. Capivano la guerra, non dovevo
spiegar nulla. Eravamo teenager, vivevamo gioie e dolori della nostra età. Quando ho scritto il libro uno di loro, che non sentivo da 60 anni, mi ha chiamata: “Non ci hai mai detto nulla” mi ha rimproverato. “Volevo essere americana”, ho risposto».


C’è una nuova guerra in Europa...
«Gli uomini non imparano mai. Per questo credo nell’uso di TikTok. Magari uno dei ragazzi che ora mi segue, un giorno diventerà presidente: e impedirà che tanto orrore si ripeta di nuovo».

 


07/07/2023

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